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Podere Veneri Vecchio
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Podere Veneri Vecchio

Raffaele Annichiarico coltiva 4 ettari su suoli argillosi e tufo grigio a Castelvenere, nella Valle Telesina, Campania. Dal 1999 recupera varietà del Sannio quasi scomparse: Agostinella, Barbera del Sannio, Sciascinoso, Grieco. Approccio biodinamico, fermentazioni spontanee.

Appena fuori Castelvenere, una stradina ripida e lastricata conduce al podere. Castelvenere si trova nella Valle Telesina, nel cuore del Sannio beneventano, ed è il borgo campano con la più alta concentrazione di vigneti rispetto alla superficie totale: undici dei quattordici chilometri quadrati del territorio sono coperti di viti. Il vino non è qui una scelta accessoria — è l'identità del posto, radicata in una storia vitivinicola che risale all'epoca sannita. I 4 ettari del podere si trovano a circa 150 metri di altitudine sulle colline intorno al paese. I suoli sono argillosi con roccia tufacea grigia — fertili, ricchi di sostanza organica, capaci di trattenere umidità nelle stagioni più secche. Boschi fitti e un piccolo corso d'acqua nel fondo valle circondano le parcelle, proteggendole dai venti forti. Il casolare al centro del podere è costruito in pietra di tufo nero, lo stesso materiale che affiora dal suolo tra i filari.

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Raffaele Annichiarico è di Napoli. Si è laureato in scienze agrarie all'Università di Portici e ha lavorato come biologo agroalimentare in un centro di ricerche napoletano. Il suo rapporto con la natura era quello del laboratorio: batteri, funghi, lieviti osservati al microscopio. Nel 1999 arriva per la prima volta a Castelvenere. Qualcosa cambia. Vede le colline coperte di vigneti antichi, i vecchi filari che nessuno ha mai convertito alle monoculture, le varietà rare sopravvissute in piccoli appezzamenti abbandonati. Acquista un piccolo podere con un casolare in rovina e lo ristruttura rispettando la struttura originale in pietra di tufo nero. Nei primi anni vende le uve a terzi. Poi, con la famiglia, decide di vinificare autonomamente. La svolta è anche concettuale: quello che Raffaele conosceva attraverso il microscopio — lieviti indigeni, microbiologia del suolo — diventa il centro di un lavoro fatto a mano in vigna e in cantina, senza più la mediazione del laboratorio. L'obiettivo è recuperare le varietà autoctone del Sannio quasi scomparse: Agostinella, Grieco, Cerreto, Barbera del Sannio, Sciascinoso.

Tra i vitigni coltivati principalmente Agostinella, Barbera del Sannio, Sciascinoso, Grieco, Cerreto e Piedirosso. Le vigne si arrampicano sulle colline intorno a Castelvenere, sparse in diverse parcelle: ogni intervento — potatura, legatura, gestione del suolo — avviene a mano, secondo principi biodinamici e senza prodotti di sintesi. La vendemmia procede parcella per parcella, seguendo i tempi di maturazione di ogni appezzamento. In cantina Raffaele non aggiunge lieviti selezionati: le fermentazioni partono dai lieviti indigeni presenti sulle bucce e visibili in colonie a occhio nudo sulle pareti della cantina stessa — una microbiologia che Raffaele conosce dai tempi del laboratorio, ma che adesso osserva senza microscopio. I vini maturano in contenitori neutri con tempi che variano a seconda dell'annata e del vitigno; nessuna chiarifica, nessuna filtrazione. La produzione annua si aggira intorno alle 16.000 bottiglie.

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Sannio, Campania

"<p>Il <strong>Sannio</strong> occupa la parte interna della <strong>Campania</strong>, nella <strong>provincia di Benevento</strong>, dove le colline dell'Appennino meridionale formano un sistema irregolare di valli e crinali tra i <strong>200 e gli 800 metri</strong> di quota. Il <strong>Taburno-Camposauro</strong> è il massiccio calcareo più imponente, con i suoi versanti che guardano verso la pianura campana a sud-ovest; a nord il confine con il <strong>Molise</strong> segna il passaggio alle colline argillose più aperte. Il <strong>Calore</strong> e i suoi affluenti attraversano la zona creando vallate che scendono verso il Sannio beneventano, e i vigneti si distribuiscono sui versanti argillosi e calcarei di tutto questo sistema collinare.<br><br>La provincia di <strong>Benevento</strong> è la prima della Campania per superficie vitata — circa la metà della regione — con un ampelografico di varietà autoctone tra i più ricchi del sud Italia. Il <strong>Sannio</strong> storico era il territorio dei popoli Sanniti, una confederazione di tribù montanare che resistette a Roma per decenni; questa origine montana e interna ha plasmato una viticoltura di collina che non ha mai sviluppato le caratteristiche dei vini di pianura campana.</p><h3>Geologia, suoli, clima</h3><p>Il substrato del Sannio beneventano è eterogeneo come tutta la geologia appenninica. Il massiccio del <strong>Taburno</strong> è <strong>calcareo</strong> — roccia compatta che affiora bianca sui versanti più esposti e crea suoli sottili e drenanti; i versanti meridionali del Taburno, rivolti verso la piana di Benevento, hanno suoli più argillosi che scendono verso la pianura. Nell'area nord del Sannio, verso il confine molisano, affiorano <strong>argille e marne appenniniche</strong> compatte, con suoli più pesanti e profondi.<br><br>Il clima è <strong>appenninico interno</strong>: più continentale rispetto alla costa campana, con inverni freddi, nevosi in quota, ed estati calde ma meno afose rispetto alla pianura. Le precipitazioni — tra i <strong>700 e i 1000 mm annui</strong> — sono superiori alla media meridionale e si concentrano in inverno e primavera; le stagioni asciutte estive sono meno severe che in Sicilia o in Puglia. Le brezze dai valichi appenninici portano freschezza nelle notti estive, creando escursioni termiche che rallentano la maturazione dei vitigni tardivi come l'<strong>Aglianico</strong>.</p><h3>Storia</h3><p>Il <strong>vino Falerno</strong> dell'antichità — il più celebrato dai poeti latini — è attribuito alla zona a nordovest del Sannio, sui versanti del <strong>Monte Massico</strong> al confine con il Lazio; ma è tutta la Campania interna, incluso il Sannio, a produrre vino sistematicamente dall'epoca <strong>sannita e romana</strong>. La confederazione sannitica coltiva la vite sui versanti montani prima ancora della romanizzazione, come testimoniano i ritrovamenti di dolia vinarie nei siti arcaici beneventani.<br><br>Nel Medioevo i monaci <strong>benedettini</strong> — con l'abbazia di <strong>Montecassino</strong> come centro di influenza e quella di <strong>San Vincenzo al Volturno</strong> come presidio locale — mantengono i vigneti in una zona altrimenti sconvolta dalle invasioni longobarde e saracene. Il Novecento porta la cooperazione vinicola e la produzione di massa orientata all'export di vino sfuso verso le grandi cantine settentrionali. La riscoperta della <strong>Falanghina</strong> come varietà identitaria del Sannio avviene dagli anni Ottanta, quando alcuni produttori iniziano a vinificarla in purezza invece di usarla nei blend.</p><h3>Oggi</h3><p>Il Sannio ha trovato nella <strong>Falanghina</strong> il suo vitigno di riferimento: coltivata principalmente nella zona del Taburno su suoli calcarei, produce un bianco con acidità marcata e struttura fine che si distingue dal biotipo flegreo della stessa varietà per un profilo più minerale e meno aromatico. La Falanghina del Sannio su calcare del Taburno esprime una verticalità che la versione di pianura campana non raggiunge.<br><br>L'<strong>Aglianico</strong> sull'area del Taburno — suoli calcarei e argillosi a quote tra i 300 e i 600 metri — produce vini di struttura tannica considerevole, con maturazioni che si protraggono fino a novembre per lo spessore della buccia. La siccità relativa dell'estate sannita favorisce la concentrazione naturale delle uve senza ricorrere a diradamenti aggressivi. Il biologico si è diffuso su entrambi i versanti del comprensorio, agevolato dalla quota e dall'altitudine che riducono la pressione delle malattie funginee nelle settimane più calde.<br><br>Il patrimonio di varietà autoctone quasi dimenticate — <strong>Coda di Volpe, Greco del Sannio, Sciascinoso, Agostinella</strong> — è in recupero da parte di piccoli produttori che cercano l'identità più profonda del territorio. Questo recupero passa attraverso impianti misti di varietà diverse, dove il concetto di singola varietà lascia spazio a vigne policrome che producono blend come si faceva prima che la monoviticoltura razionale li sostituisse. Il <strong>Piedirosso</strong> — varietà rossa leggera, con profilo floreale e acidità alta — viene valorizzato sempre più come alternativa all'Aglianico nelle annate più calde.</p>"

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