Benoit Delorme coltiva 1,5 ettari di Pinot Nero con viti di 40-70 anni a Rosey, nel cuore della Côte Chalonnaise, Borgogna. Suoli di argilla e calcare. Biologico certificato, fermentazioni spontanee, affinamento in barrique usate.
La Côte Chalonnaise si estende a sud della Côte d'Or, tra Chagny e il Mâconnais: una striscia di colline calcaree meno famosa della Borgogna settentrionale, ma con una storia viticola propria e un carattere riconoscibile. Rosey è una piccola frazione nel Saône-et-Loire, a pochi chilometri da Chalon-sur-Saône, in un angolo di Borgogna che non compare sulle guide turistiche ma ha radici viticole antiche. I vigneti di Benoit Delorme occupano un ettaro e mezzo di colline: Pinot Nero con viti di quaranta-settant'anni, radici affondate in uno strato di calcare compatto che affiora a poca profondità dalla superficie. Il suolo soprastante è sottilissimo — pochi centimetri di terriccio — e le viti sono costrette a lavorare duramente per nutrirsi. Le rese sono naturalmente basse, non per scelta tecnica ma perché questa combinazione di piante vecchie e suolo magro non consente produzioni abbondanti. Il clima segue il profilo continentale borgognone: inverni freddi, estati che possono essere calde, autunni variabili. L'esposizione delle colline e la vicinanza della Saône moderano in parte le temperature, creando un microclima utile alla maturazione lenta e alla definizione aromatica del Pinot Nero.
Prima di arrivare a Rosey, Benoit Delorme ha percorso il mondo per quasi un decennio alla ricerca di esperienze vitivinicole. Studi enologici, poi lavoro in cantina: prima in Alsazia, poi in Borgogna con Maison Verget, nel Beaujolais, in California, fino al Penedès spagnolo. Ogni tappa aggiunge uno strato al modo di pensare il vino. Nel 2004 si stabilisce a Rosey e inizia a lavorare presso il Domaine Guy Chaumont, cantina storica della zona. Col tempo gli viene affidato un piccolo appezzamento di Pinot Nero di vecchia vite: la sua prima vigna vera, quella in cui mette a frutto tutto ciò che ha visto girando il mondo. Vinifica quel vino a proprio nome, primo esperimento che poi diventa il nucleo del progetto. Dal 2009 opera in piena autonomia. I numeri rimangono piccoli — l'ettaro e mezzo non consente volumi — ma permettono un controllo assoluto di ogni fase, dalla vigna alla bottiglia.
Benoit coltiva le vigne in biodinamica, senza prodotti chimici di sintesi, seguendo i ritmi naturali del calcare e delle piante. Raccoglie più tardi rispetto alla maggior parte dei vignaioli della zona, aspettando che la maturazione sia piena. Le uve arrivano in cantina in grappoli interi e fermentano spontaneamente in vasche di cemento, senza interventi: nessun lievito selezionato, nessun controllo di temperatura. Dopo dieci giorni di macerazione, le uve vengono pigiate con un antico torchio verticale in pietra, strumento raro che lavora con delicatezza assoluta. Il vino trascorre poi diciotto mesi in vecchie botti di rovere. L'unico intervento esterno avviene subito dopo la fermentazione malolattica: una quantità minuscola di solfiti, poi nulla viene aggiunto o tolto. Quello che esce dalla botte è quello che entra nella bottiglia.