Mattia Franzina recupera terrazzamenti abbandonati a Buglio in Monte, sul versante retico della Valtellina. Meno di un ettaro di Nebbiolo (Chiavennasca) su suoli sabbiosi e pietrosi tra 400 e 650 m. Biologico, fermentazioni spontanee, affinamento in botti di castagno.
Dal borgo di Buglio in Monte, nella Valtellina media, i terrazzamenti salgono paralleli verso i boschi di castagno che segnano il limite superiore della viticoltura alpina. La valle lombarda corre est-ovest, e le vigne crescono quasi esclusivamente sul versante retico — il lato con esposizione piena al sole che permette, a questa latitudine, la maturazione del Nebbiolo. Nella frazione di Ronco, su terrazzamenti tenuti in piedi da muretti a secco, Mattia Franzina coltiva i vigneti di famiglia su suolo di gneiss e detriti glaciali. Le parcelle più ripide, in prossimità della piccola chiesa di San Sisto — edificio del Quattrocento che sorge sul culmine del terrazzamento — raggiungono pendenze che escludono qualsiasi meccanizzazione. La superficie vitata complessiva non arriva ancora all'ettaro: ogni appezzamento è frutto di anni di recupero manuale.
La famiglia Franzina ha mantenuto i vigneti a Buglio in Monte nei decenni più difficili, quando l'abbandono dei terrazzamenti alpini era la norma e molti compaesani lasciavano la terra alla macchia. Mattia cresce con questa tradizione, poi esce dalla Valtellina per studiare agraria. Torna con la formazione alle spalle e con idee precise su cosa fare di quei vigneti, e nel 2014 avvia formalmente l'azienda agricola. L'obiettivo non è solo produrre vino, ma farlo recuperando i terrazzamenti abbandonati che circondano quelli già coltivati dalla famiglia: muretti a secco da riparare, terrazze invase dal rovo da ripulire, filari da reimpostare. La superficie vitata cresce lentamente perché ogni metro quadro richiede lavoro manuale — in Valtellina i terrazzamenti non si meccanizzano. Tutta la famiglia partecipa al ciclo annuale, dalle operazioni primaverili fino alla vendemmia autunnale. Il motto scelto per le bottiglie — ogni bottiglia acquistata equivale a un metro quadro di paesaggio terrazzato salvato — sintetizza con chiarezza la logica che muove il progetto: la produzione di vino come atto di tutela di un paesaggio che, senza lavoro umano continuo, in pochi anni tornerebbe bosco.
Tra i vitigni coltivati la Chiavennasca — il nome locale del Nebbiolo, presente nella zona da secoli — insieme ad altri vitigni autoctoni della Valtellina. Mattia lavora le vigne interamente a mano, seguendo i ritmi imposti dai terrazzamenti: ogni operazione — dalla potatura alla gestione della chioma fino alla vendemmia — avviene grappolo per grappolo, filare per filare. Le cassette con le uve percorrono a piedi i sentieri del terrazzamento fino alla strada, poi raggiungono la cantina di famiglia nel cuore del borgo di Buglio in Monte. L'approccio in cantina è improntato alla tradizione della zona: fermentazioni che seguono tempi naturali, maturazione in contenitori che accompagnano il vino senza manipolazioni eccessive. La produzione annuale si aggira sulle 5.000 bottiglie, quantità che riflette direttamente la dimensione del vigneto e l'assenza di acquisti di uve esterne. Ogni bottiglia prodotta è legata a una parcella precisa, a un terrazzamento specifico, e porta con sé la geografia verticale di questa porzione di Valtellina.